Una volta, quando qualcosa andava storto, cercavi di capire cosa fosse successo. Oggi, in certi casi, la prima domanda sembra essere un’altra: quanto ci posso guadagnare?
E attenzione, non parlo di chi ha subito un danno vero. Di chi si è affidato a un medico, ha ricevuto una prestazione sbagliata e ne paga le conseguenze sulla propria salute. Quella persona ha tutto il diritto di pretendere spiegazioni, responsabilità e un risarcimento adeguato.
Parlo di un fenomeno diverso. Più sottile. E, lasciatemelo dire, decisamente più nauseante. Parlo di quel mercato che si è sviluppato intorno al contenzioso sanitario, fatto di organizzazioni specializzate, strutture di consulenza, studi legali e professionisti che si occupano di cercare, valutare e promuovere richieste di risarcimento per presunti danni medici. Un mercato nel quale, a volte, il confine tra assistere una persona e alimentarne le aspettative economiche rischia di diventare pericolosamente sottile.
Il messaggio pubblicitario è spesso irresistibile: pensi di aver subito un danno medico? Contattaci. Valuteremo il tuo caso. Traduzione, nella versione più maliziosa che oggi mi concedo: vediamo se da quella brutta esperienza riusciamo a tirar fuori qualcosa.
E sia chiaro, non c’è nulla di illegittimo nell’offrire assistenza legale a chi ritiene di aver subito un danno. Il problema nasce quando il risarcimento smette di essere la conseguenza di una responsabilità accertata e diventa l’obiettivo intorno al quale costruire tutta la narrazione. Perché un conto è partire da un danno e cercarne il responsabile. Un altro è partire dal desiderio di ottenere denaro e mettersi alla ricerca di qualcosa da contestare. La differenza, per quanto qualcuno possa trovarla fastidiosa, non è esattamente un dettaglio.
Prendiamo l’odontoiatria, che conosco da una prospettiva imprenditoriale e gestionale. Un paziente riceve delle cure. Passano gli anni. Cambia professionista. Magari qualcosa non lo soddisfa, magari una terapia necessita di essere rifatta, magari il risultato non corrisponde più alle sue aspettative. Può esserci stato un errore? Certamente. Può esserci una responsabilità professionale? Assolutamente sì. Ma può anche non esserci.
Eppure, talvolta, il semplice sospetto diventa una contestazione, la contestazione diventa una richiesta economica e la richiesta economica diventa una lettera nella quale compaiono cifre capaci di far sembrare una normale cura odontoiatrica un intervento sperimentale della NASA.
A quel punto inizia il divertimento. Naturalmente per modo di dire. Perché dall’altra parte qualcuno deve difendersi. Deve recuperare cartelle cliniche, radiografie, consensi, fatture, ricostruire terapie, coinvolgere medici legali, odontoiatri forensi e avvocati. E tutto questo costa. Costa anche quando hai ragione. Costa anche quando la richiesta è sproporzionata. Costa persino quando, alla fine, non viene accertata alcuna responsabilità.
Ed ecco il paradosso che trovo più irritante: una pretesa economica può essere infondata, ma il costo per difendersene è assolutamente reale. Non serve essere colpevoli per pagare. A volte basta essere accusati.
E qui arriviamo al punto che mi interessa davvero. Quando una controversia diventa sufficientemente costosa, lunga e logorante, può accadere che la domanda non sia più «Chi ha ragione?», ma «Quanto mi costa chiuderla?». È in quel preciso momento che la giustizia rischia di lasciare spazio alla convenienza.
Si tratta, si propone, si media. Tutte attività legittime, sia chiaro. Ma non raccontiamoci che ogni accordo economico rappresenti necessariamente il riconoscimento di una colpa. A volte rappresenta semplicemente il prezzo della tranquillità.
E il sistema, in certe circostanze, finisce per premiare non chi dimostra meglio le proprie ragioni, ma chi riesce a rendere più oneroso per l’altro continuare a difenderle.
Non sto sostenendo che gli studi specializzati in responsabilità sanitaria siano tutti uguali. Sarebbe una sciocchezza. Ci sono professionisti seri che permettono a persone realmente danneggiate di ottenere giustizia, anche contro strutture molto più forti economicamente.
Ma proprio per rispetto di quel lavoro, credo sia necessario interrogarsi su un sistema nel quale il risarcimento viene talvolta presentato quasi come un’opportunità da esplorare, prima ancora che come il rimedio a un danno da dimostrare.
Perché la medicina non è infallibile. Il corpo umano non è una macchina. Una complicanza non è automaticamente un errore. Un risultato insoddisfacente non costituisce necessariamente una responsabilità professionale. E soprattutto, non tutto ciò che può essere contestato merita automaticamente di essere risarcito.
So già che qualcuno leggerà queste parole come il tentativo di un imprenditore sanitario di difendere la propria categoria. Sbagliato. Non difendo chi sbaglia. Non difendo chi nasconde un errore. E non difendo chi pensa che un camice bianco sia una specie di immunità diplomatica.
Difendo un principio molto più semplice: se qualcuno pretende dei soldi da qualcun altro, deve esserci una ragione concreta, dimostrabile e proporzionata. Non una speranza. Non un’opportunità. Non una scommessa.
Perché se trasformiamo ogni insoddisfazione sanitaria in un potenziale biglietto della lotteria, prima o poi il prezzo lo pagheremo tutti. Professionisti, strutture e pazienti.
E a quel punto il problema non sarà più soltanto quanto costa curarsi. Ma quanto costa difendersi dall’aver curato qualcuno.
Perché la giustizia dovrebbe servire a risarcire un danno. Non a cercare un danno pur di ottenere un risarcimento.
Ma alla fine…
Fa parte del gioco .

