C’è un momento, nella vita di chi gestisce uno studio dentistico, in cui smetti di guardare i denti e cominci a guardare i numeri. Di solito succede verso fine mese: squilla il telefono, il commercialista manda documenti da firmare, arrivano le fatture e qualcuno ti ricorda, con estrema gentilezza, che sarebbe anche ora di pagare. Nel frattempo, dalla sala operativa arriva la richiesta: «Marco, dobbiamo ordinare del materiale». Certo. Ordiniamolo. Dopotutto siamo uno studio dentistico, mica una ferramenta. Poi ci sono …il paziente che chiede lo sconto, il collaboratore che aspetta il compenso, il laboratorio che attende il bonifico e la compagnia assicurativa che liquiderà la prestazione fra qualche mese. Benvenuto nell’odontoiatria moderna…tutti parlano di qualità, pochi si chiedono chi debba sostenerne il costo.
Il 24 giugno 2026, sul sito dell’Associazione Italiana Odontoiatri, è stato pubblicato un editoriale di Gaetano Memeo, tesoriere nazionale, dedicato alla sostenibilità economica degli studi odontoiatrici. Finalmente. L’articolo mette nero su bianco un concetto semplice, ma spesso rimosso, senza sostenibilità economica non può esserci qualità delle cure nel lungo periodo. Sono perfettamente d’accordo. Anzi, aggiungo un dettaglio: senza sostenibilità, prima o poi non esiste più nemmeno lo studio.
Qui arriva la parte che molti preferiscono ignorare. Io sono un imprenditore. Gestisco uno studio odontoiatrico, il mio compito è creare le condizioni percui chi possiede le competenze odontoiatriche possa lavorare al meglio. Per farlo devo occuparmi di tutto ciò che il paziente non vede: personale, contratti, materiali, laboratori, manutenzioni, investimenti, organizzazione, scadenze, pagamenti e imprevisti. Questi ultimi, per una curiosa legge dell’universo, arrivano sempre quando il conto corrente avrebbe bisogno di una pausa. Il punto è chiaro: la qualità clinica nasce dal professionista, ma l’organizzazione che la rende possibile deve reggersi economicamente. Altrimenti il sistema comincia a scricchiolare.
Parliamo delle convenzioni. Un mondo meraviglioso. Ti chiedono standard elevati, disponibilità, puntualità, documentazione impeccabile e prestazioni eseguite secondo i criteri della buona odontoiatria. Fin qui, nulla da dire. Poi arriva il tariffario e ti viene il sospetto che qualcuno abbia dimenticato di aggiornare il calendario.. siamo fermi al 2008, si hai letto bene … 18 anni fa ! Materiali, stipendi, energia, tecnologie e costi di gestione sono aumentati. Alcuni compensi convenzionati, invece, sembrano arrivare direttamente da un’altra epoca. Non sto dicendo che le convenzioni siano il male assoluto, consentono a molte persone di accedere a cure che altrimenti rimanderebbero. Ed è un valore. Ma se vogliamo difendere davvero la qualità, dobbiamo discutere anche delle condizioni economiche con cui la acquistiamo. Non possiamo pretendere l’odontoiatria del futuro pagando alcune prestazioni come se fossimo ancora nel passato.
E noi imprenditori? Tutti innocenti? Naturalmente no. Sarebbe troppo comodo scaricare ogni responsabilità su assicurazioni, burocrazia, Stato o associazioni di categoria. Nel settore ci sono imprenditori che confondono il fatturato con il guadagno, studi che acquistano tecnologie senza un piano economico, titolari che inseguono ogni convenzione pur di riempire l’agenda e strutture che crescono in dimensioni senza crescere in solidità. Anch’io, negli anni, ho fatto scelte che oggi valuterei diversamente. Ammetterlo non è una debolezza: è il minimo sindacale per chi pretende di parlare d’impresa. Perché una cosa è definirsi imprenditore. Un’altra è esserlo quando devi decidere cosa rimandare, dove investire e come rispettare gli impegni presi. La sostenibilità non si costruisce con un logo elegante, una reception fotogenica e qualche post su Instagram. Magari bastasse.
Ed eccoci al punto. Apprezzo che AIO abbia portato nel dibattito pubblico la sostenibilità degli studi e il tema delle convenzioni, della libertà di scelta del paziente e dell’autonomia professionale. Ma il confronto deve allargarsi. L’odontoiatria non è fatta soltanto di dentisti titolari del proprio ambulatorio: esistono strutture organizzate, società, collaboratori, dipendenti e imprenditori che non esercitano personalmente la professione sanitaria. Ruoli diversi, responsabilità diverse, un obiettivo comune: far funzionare un sistema di cura. Accanto alla voce del professionista deve trovare spazio anche quella di chi gestisce l’impresa odontoiatrica. Non per decidere come curare un paziente: quella responsabilità appartiene ai professionisti sanitari. Ma per discutere di come continuare a curarlo bene anche domani. Le decisioni cliniche non devono essere subordinate ai conti economici. Ma fingere che i conti non esistano non le rende più libere: le rende soltanto più fragili.
La parte più curiosa è che, nel nostro settore, tutti dichiarano di puntare sulla qualità. Le associazioni la difendono, i dentisti la promettono, le assicurazioni la chiedono, i pazienti la pretendono e gli imprenditori investono per offrirla. Perfetto: siamo tutti d’accordo. Manca solo un dettaglio, piuttosto trascurabile. Trovare un modello economico che permetta alla qualità di sopravvivere. Perché la qualità richiede tempo, competenza, assistenza, laboratori affidabili, strumenti adeguati e organizzazione. E tutto questo ha un costo. Non è cinismo. È aritmetica.
Non so quale sarà il futuro dell’odontoiatria italiana. Probabilmente vedremo meno studi individuali, più strutture organizzate, nuove aggregazioni e modelli imprenditoriali differenti. Una cosa, però, è certa: chi vuole parlare seriamente del futuro del settore deve smettere di trattare la sostenibilità economica come un argomento imbarazzante. Guadagnare non è una colpa. Gestire responsabilmente un’impresa sanitaria non significa tradire la professione. Difendere la qualità significa anche difendere le condizioni che la rendono possibile.
Quindi, cara AIO, ben venga il dibattito. Ma facciamo in modo che non resti un ragionamento elegante tra addetti ai lavori. Portiamolo nei tariffari, nei rapporti con i fondi sanitari, nelle politiche di settore e nelle decisioni quotidiane degli studi. Perché mentre discutiamo del futuro dell’odontoiatria, qualcuno ha già aperto la serranda, acceso le luci, accolto i pazienti e assunto la responsabilità di far funzionare tutto. E credimi: la serranda non si apre con i principi. Si apre anche pagando le bollette.
E fa parte del gioco.
Marco Pallaro

